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Scritto da Administrator   

piccola_orchestra_criminaleRieccolo!

Dopo il delirio de La Triade e le puttane di Escort Club ritorna lo zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, con la testa sormontata da un cappello grande e nero, come le ali spiegate di un corvo ed il busto inguainato da un panciotto di velluto patinato dalla borraccina dei secoli (così lo immagino e così forse si descrive in un vecchio editoriale spalmandosi addosso la fisionomia di Melquíades, il gitano figlio della fantasia di García Márquez) e viene a venderci parole, truffe eleganti ed argute, ma forse anche i suoi sogni … i suoi rimpianti!

Come ci aveva raccontato il tramonto dell’Amore lasciando scorrere le immagini delle sue donnine allegre, le mondane che Guccini preferiva alle gran dame, metà sacerdotesse metà professioniste, ora continua a cercare nel sottobosco così poco perbene del non si deve dire, non si deve frequentare e ci propone un titolo lasciandoci credere di avere a che fare con una band di allegri musicanti inclini al crimine mentre invece incontriamo la solita umanità dolente, piena di dubbi, di fallimenti, delusioni e rimpianti … i suoi rimpianti … i rimpianti di tutti!

Ogni personaggio porta un frammento di sé e lo rispecchia negli altri, lo vive negli altri, spesso lo lascia in eredità ad altri affinché il sogno continui la sua corsa folle e consolatoria verso una realizzazione che non appartiene più soltanto al solitario sognatore ma a tutti quelli che col sogno in qualche modo sono venuti a contatto, col sogno hanno avuto a che fare.

Come il lettore?

Per questo Budhor scrive?

E cosa avrebbe pensato di questo suo scrivere il super critico Crespi, coprotagonista dell’ultimo racconto, capace di mortificare senza pietà le presunzioni di Clarissa lasciandola di fronte alla nullità ridiscussa e sconfitta solo dopo la morte del suo affossatore nel momento in cui finalmente comprende la reale dimensione della sua ispirazione quando cancella anni di sdegnato mutismo musicale per infine confrontarsi serenamente con la sua Arte o meglio con la sua nonArte?

Non avrebbe forse Alberico sputato in faccia a Budhor, come fece con Clarissa in punto di morte, il suo definitivo dogma, l’Arte null’altro è che “obbligo” e che il suo scrivere non è Arte bensì semplice divertissement?

E non gli avrebbero fatto eco Veniero e Mirco, Paolo e il Conte, Lucia e gli sconsiderati Doors di borgata: non gli avrebbero urlato anch’essi che vivere è “obbligo”?

Certo, lo avrebbero fatto in coro e lo zingaro, sorridendo, in un sussurro avrebbe aggiunto che è vero, l’Arte è “obbligo” vivere è “obbligo” ma anche condividere è altrettanto necessario, altrimenti che senso avrebbe l’Arte o vivere?

 

Asia Nice-Klewis

 
La Triade

Scritto da Budhor,


Il nostro esordio alla vita è molto pulp, truculento e spietato come un film di Quentin Tarantino, ma, al pari delle immagini del regista, consequenziale e quindi obbligatorio. Dopo esserci scamazzati il naso e le orecchie prendendo a capocciate l’utero nel tentativo di uscire all’aperto (non è una nostra idea: ci spingono), scivoliamo in una pozza di sangue, spesso quasi soffocati dal cordone ombelicale, mentre una solerte levatrice ci allunga un sonoro leccamuffo sulle chiappe perché dobbiamo piangere o urlare, affinché (ci dicono) l’aria cominci a circolare nei polmoni. E quelli che fanno il parto acquatico, li picchiano in apnea? Nessuno, comunque, si è peritato di chiederci se volevamo abbandonare la placenta o, ancora prima, se volevamo andare in villeggiatura nella placenta; come potevano? Non esistevamo! In pratica, allora, ci mettono al mondo senza chiederci il permesso, oppure, nella migliore delle ipotesi, ci mettono al mondo così possono chiederci se volevamo venire al mondo e, qualora la risposta fosse negativa, nemmeno possiamo rinunciare giacché il suicidio è atto violento, mentre, invece, nascere è una passeggiata! In ogni caso siamo qui e siamo (sostengono) il frutto dell’amore, dimenticando che, come diceva Gabriel Laub, la massima forma d'egoismo è l'amore. Non bastano le orecchie arrotolate, il naso schiacciato, il sangue, lo strangolino e la mancanza di garbo nell’implorarci di respirare, appena fuori un altro pungolo incontenibile ci assale con veemenza partendo, effettivamente, dallo stomaco: fame… mangiare… pappa… beh, almeno adesso abbiamo un motivo serio per piangere! E vai, finalmente una cosa gradevole! Il tepore del seno caldo di mia madre, gonfio di latte, m’insegnava dolcemente il concetto di “bene” ed era facile far coincidere il “buono” con la pancia piena ed il pisolino liberatore; due pacche leggere (affettuose, delicate, niente a che vedere coi pizzoni maneschi dell’ostetrica) ed un limpido ruttino spalancavano le porte al sonno e, con esso, al sogno. Cosa poi sognassi non ricordo: probabilmente un nuovo appetito ed un capezzolo da succhiare. Ho i miei ritmi biologici: mangiare, dormire, evacuare… non necessariamente nell’ordine, non necessariamente uno separato dall’altro; almeno rispettateli, non sono qui per mia volontà. E poi, perché quel cane di dieci anni può depositare tranquillamente i suoi escrementi sul terreno senza che qualcuno protesti, mentre un neonato di dieci minuti se li deve portare appresso, belli compressi nel pannolone puzzolente? E’ per abituarmi fin d’ora a vivere nella cacca? Ci-ri-bi-ri-bi-ri… Devo cominciare a farmi capire, prima a gesti poi con le parole e se è vero che si apprende per associazione d’idee, ci-ri-bi-ri-bi-ri dovrebbe significare de-fi-cien-te-che-sor-ri-de. Sono venuto su a latte in polvere e de-fi-cien-ti-che-sor-ri-do-no! Dite la verità: potevo crescere bene? Per fortuna c’erano i vasetti al Plasmon, il Meccano, il cagnolone cacatore ovunque (beato lui), i miei genitori che mi amavano (nel senso deteriore di “possedere”) con parsimonia e le lunghe giornate passate imparando ad apprezzare l’immenso valore pedagogico della noia: il “non far niente” del corpo che non coincide affatto col “non far niente” della mente, anzi si escludono a vicenda, e quel rilassante stato semi-letargico fisico prelude sempre, in misura assai maggiore da piccoli, a qualche conquista della fantasia. Così, masticando svagato il cibo degli occhi, ho scoperto abbastanza presto che non tutti hanno le tette e che di solito a chi ha le tette, manca il pisello: questa nozione di carenza (del tutto immotivata, due tette pesano molto di più di qualsiasi immenso pisello) è frutto dell’intervento istruttivo/distruttivo dei moltissimi ci-ri-bi-ri-bi-ri che mi hanno assistito nella crescita, regalandomi, bontà loro, delle perle di saggezza per le quali anche Gesù, che non voleva si dessero le perle ai porci, avrebbe fatto volentieri un’eccezione. Dopo vennero le suore dell’asilo e, successivamente, i preti delle elementari con le estenuanti processioni di crocifissi, santini, rosari, incomprensibili preghiere e strani comandamenti di bontà, come non fornicare (inizialmente si pensava riguardasse gli imenotteri), precetto poco appoggiato presso i bookmaker del confessionale visto che l’incombenza dell’apparato riproduttivo, a quell’età, riguarda essenzialmente la dispersione idrica in eccesso; piuttosto gradito invece, nella fallace interpretazione biblica, da noi spensierate cicale mal disposte verso la laboriosità delle formiche. D’altra parte le spensierate cicale recepiscono con facilità i messaggi confortevoli, o che appaiono tali in mancanza di verifica e, martella oggi martella domani, le norme si assimilano senza volontà né consapevolezza, addirittura senza averne conoscenza. Un po’ come i consigli per gli acquisti, la religione del duemila in cui il Dio cambia sembianze ma l’enorme pietra pirografata sta sempre lì per decretare canoni, gusti e modi di agire: tanto per restare nel formicaio è una sorta d’infida lestobiosi culturale. Più gli anni passavano, più era difficile discernere; annegavamo nel mare magnum delle opinioni altrui (consigli per gli acquisti), peraltro non proposte ma ambiguamente imposte. La Redenzione (l’auto-redenzione, se preferite, l’affrancamento da una salvezza promessa ma impossibile da appurare, tanto meno vivere) avvenne all’improvviso, non si sa perché, né ad opera di chi (magari Dio esiste) e si manifestò, repentina e sconvolgente, nell’enunciazione della cosiddetta Dottrina della Triade, che non riguarda la Trinità e nemmeno la mafia cinese, ma è soltanto la rappresentazione, ridotta all’osso per semplificare, delle gerarchie umane. Appartenere ad una delle tre categorie non comporta una qualità assoluta, perché ogni categoria ha valore soltanto in rapporto alle altre due: da sola non significa nulla ed il farne parte non esprime alcunché di meritorio, piuttosto una mera questione di collocazione. Tale bislacca triade si compone di mettínculi, piglíanculi e di quegli angeli che non furon ribelli né fur fedeli a Dio, così poco amati da Dante questi sciagurati che mai non fur vivi, da essere inspiegabilmente collocati nel domicilio coatto dell’Anti-Inferno, ignudi e stimolati molto da mosconi e da vespe ch’eran ivi. Di sicuro il sommo vate manifesta un integralismo piuttosto esuberante nel formulare il giudizio sugli ignavi: non necessariamente dalla viltade nasce il gran rifiuto, anzi spesso è il coraggio che c’impedisce di accettare il male minore come soluzione. E’ sempre Dante, comunque, a darci, poco innanzi, una definizione più appropriata di questo fantomatico terzo ordine e lo fa tramite Virgilio che descrive se stesso: Io era tra color che son sospesi. Siamo nel II Canto dell’Inferno, gli ignavi sono nel successivo, il terzo, posti nell’Anti-Inferno: Dante e Virgilio stanno per entrare ne la città dolente, dove regna l’etterno dolore ed abita la perduta gente. Già ci coglie qualche prurito e vorremmo ulteriori ragguagli su questo alto fattore, somma sapienza e primo amore che, per Giustizia, costruisce un mega carcere di massima sicurezza in cui l’unica pena prevista è l’ergastolo, per di più eterno (Lasciate ogne speranza, voi ch’intrate), e la conseguente impossibile riabilitazione si basa sulla tortura perpetua: gradito il parere di Beccarla… ed anche quello di Gesù che, sulla croce, disse: Padre, perdona loro, perché non sanno quel che fanno (Lc 23, 34). Caratterizziamo meglio i contorni delle tre tipologie. I mettínculi sono i “vincenti”, non quelli che vogliono vincere ma quelli che realmente, di riffa o di raffa, vincono e si suddividono in due sottospecie: i subdoli, usando la vaselina, si accontentano di toglierti il malloppo e vivere felici ed i violenti, per i quali invece la forza ha funzione predominante, quindi ribadiscono continuamente la propria potenza in una visione macha, virile delle cose che nulla ha a che vedere con l’appartenenza ad un sesso piuttosto che ad un altro. Il mondo, infatti, è stracolmo di mettíncule violente. Ser Cepparello da Prato invece, piccolo di persona e molto assettatuzzo, più somigliante ad un “cappello” che ad un notaio (quindi per Ciappelletto era conosciuto, annota Boccaccio), appartiene al primo sottordine dei mettínculi e con l’astuzia, l’abile raggiro, riesce a gabbare pure Domenedio, tant’è che costui (Ciappelletto) più tosto dovere essere nelle mani del diavolo in perdizione che in Paradiso, tuttavia in una arca di marmo seppellito fu onorevolemente in una cappella… e a mano a mano il dì seguente vi cominciarono le genti a andare e a accender lumi e a adorarlo. Sicché la senseria del truffaldino conduce al Padreterno i voti dei fedeli: che farà il buon Dio, li esaudirà? Sfigatissimo, dimesso, rassegnato, il viso plasmato dai continui schiaffi della sorte beffarda, non di meno invidioso, arrivista, bastardo dentro, esiste un archetipo, modello assoluto, sintesi suprema del piglíanculo: Ugo Fantozzi, il non plus ultra della frustrazione, l’unico che cogliendo la mela dall’albero nel Paradiso Terrestre, sia incappato in un antifurto. Non si può aggiungere altro: l’esempio è trionfale, impareggiabile, sublime. Un po’ discosti, coperti dal ludibrio del sommo vate, color che son sospesi non accettano il gioco delle parti e perciò non si adeguano alle situazioni o alle inclinazioni altrui, come fanno mettínculi e piglíanculi ed è proprio questa loro capacità di sfuggire alle etichette, di rifiutare giudizi non personalmente ponderati, che gli consente di sopportare con serenità le intemperanze settarie dell’Alighieri, ben note a Pietro da Morrone. Tuttavia non c’è cattiveria nei mettínculi, né codardia nei piglíanculi e nemmeno indolenza in color che son sospesi: nessuna qualità negli individui, soltanto definizione di ruoli ed il transito tra una categoria all’altra, oltre che lecito, è talvolta obbligatorio, spesso involontario. Come dire: il mondo è fatto a scale, c’è chi scende e c’è chi sale? Sono d’accordo con voi: è un adagio popolare un po’ superficiale, addirittura qualunquista, e lo menziono solo per poterlo smentire. Molto più difficile da contestare l’altra goccia di saggezza che identifica il Caso, nonostante l’apparente imprevedibile fatalità con cui getta i dadi sul tavolo verde di quello strano gioco chiamato “vita”, in una legge che viaggia in incognito; né posso esimermi dal citare il pensiero antirazionalista di mastro Arturo, anche se rimette in ballo almeno in parte il libero arbitrio e con esso l’ignavia che avevo cestinato (che Dante mi fulmini!): Il destino mescola le carte e noi giochiamo. Così vedo sorgere il sole in un’alba qualsiasi di questo terzo millennio e reso cieco dai suoi raggi che tutto mostrano e non lasciano spiragli di dubbio, mi viene in mente il Mettínculo Maximo, elargitore di Verità, un bene talmente prezioso da far cosa opportuna economizzandolo, mentre uno sciame d’innumerevoli piglíanculi brulica sulla terra, chi riparandosi gli occhi dall’invadenza del rosso disco di fuoco, chi, osannante, millantando amicizia col padrone del cielo. Come ho detto è una questione gerarchica e, di fronte alla Suprema Entità, tutti son piglíanculi, salvo poi approdare alla corte del re e trasformarsi in mettínculi con gli altri cortigiani inferiori e sudditi sottomessi. E color che son sospesi? Cercano riparo tra i cespugli e refrigerio sotto le fronde degli alberi, da sempre rifugio per gli scampati; nella foresta amica gli angeli che non furon ribelli né fur fedeli a Dio attendono sorella Luna, risoluta finalmente a riprendersi il suo trono.

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